Entrevista sobre a “soltura”de Lula em site italiano

Rainero Schembri

L’8 novembre l’ex Presidente del Brasile, Inacio Lula da Silva, è uscito dalla prigione di Curitiba, dove era rimasto rinchiuso per diciannove mesi. L’avvenimento è stato ripreso da tutta la stampa mondiale. Lula, infatti, non è un cittadino qualsiasi, non è un Presidente qualsiasi, non viene da un Paese qualsiasi. Il suo arresto ha diviso non solo la vita politica della più grande potenza economica dell’America Latina ma ha alimentato un vasto dibattito internazionale. Per la sinistra Lula è stato il simbolo non solo di un intero Continente che gradualmente svoltava a sinistra ma anche per tutti gli oppositori del cosiddetto neo liberalismo. Per la destra, al contrario, l’ex sindacalista e  leader del PT (lo storico Partito dei Lavoratori) ha caratterizzato la sua  presidenza (2003-2011) con una serie di atti di corruzione e riciclaggio.

Con sei voti contro cinque il Supremo Tribunale Federale ha comunque decretato che Lula dovrà restare libero fino alla sentenza definitiva (la condanna è stata di 8 anni e dieci mesi), ritenendo incostituzionale l’articolo 283 del codice penale che consentiva questa carcerazione. La decisione, molto discussa, potrebbe aprire le porte anche ad altri 38 indagati per il famoso scandalo Lava Jato (legato all’ente petrolifero Petrobras) nonché a 4.894 detenuti ancora in attesa della sentenza definitiva.

“Ho resistito grazie a voi”, sono state le prime parole di Lula appena uscito dalla prigione. Ma è chiaro che la partita non è finita qui. Quale scenario politico si prospetta ora in Brasile? Lo abbiamo chiesto ad Alberto Aggio, Professore di Storia Contemporanea a San Paolo del Brasile e autore di diversi libri, nonché uno dei più importanti collaboratori del prestigioso giornale ‘O Estado de Sao Paolo’.

Prof. Aggio, cosa comporterà per il Brasile l’uscita dal carcere dell’ex Presidente Lula?

Innanzitutto credo che all’interno del Partito dei Lavoratori prevarrà la ricerca di una radicalizzazione della lotta politica nei riguardi dell’attuale Presidente Jair Bolsonaro. In altri termini, si cercherà di innalzare il vessillo dell’identità socialista e di sinistra. Molti sono, infatti, convinti che questa sia la strada migliore per “riprendere il potere”, espressione molto cara a José Dirceu, un politico da sempre vicino a Lula. A mio avviso, invece, questa scelta servirà solo ad allontanare il PT da una possibile alleanza con il centro, e quindi renderà molto più difficile la riconquista del potere.

Su quali basi concrete si poggia questa radicalizzazione?

Personalmente ritengo che la radicalizzazione a sinistra sia più di facciata che di sostanza. La verità è che Lula teme fortemente la concorrenza del Psol (Partito Socialismo e Libertà) della sinistra radicale. Si tratta di un Partito fondato nel 2004 da un gruppo di parlamentari del PT in dissenso con l’orientamento conservatore del partito. Il Psol è cresciuto molto negli ultimi anni. Tuttavia questa radicalizzazione difficilmente riuscirà ad attrarre altri partiti, come ad esempio il PTAD (Partito Democratico Laburista) guidato da Ciro Gomes o il partito PSB (Partito Socialista Brasiliano): entrambi sono, infatti, arroccati essenzialmente su posizioni nazionaliste.

A mio avviso la radicalizzazione produrrà degli effetti solo all’interno del movimento lulista, spesso influenzato da un certo manierismo e da comportamenti furbeschi per non dire corrotti. Del resto senza il ricorso a questi metodi avrà poche possibilità di ottenere nuovi consensi.

Quindi non è immaginabile un’unione allargata delle sinistre con il centro?

Senza i sistemi corruttivi direi proprio di no. All’esterno del PT, gli altri componenti della sinistra democratica e liberale non sono disponibili a scendere a qualsiasi compromesso. Molti di essi hanno rinunciato ad assumere atteggiamenti velleitari di stampo socialista e non sono disponibili a tornare indietro. Quindi mi sembra molto difficile che accettino di unificarsi. Tuttavia diciamo pure che la situazione appare molto complicata anche a destra e all’interno delle correnti e dei partiti di centro. Il futuro di tutti questi orientamenti diventerà più chiaro solo dopo la prossima competizione elettorale.

Secondo Lei in quest’anno di carcere Lula ha commesso qualche errore strategico?

Si, quello di pensare che il tempo si sia fermato. La sua liberazione aiuterà, comunque, a capire meglio se la teoria dei tre terzi (un terzo vota sempre per Lula, un terzo è sempre contro di lui e l’altro terzo è in perenne bilico) rispecchi veramente una logica irremovibile delle strategie politiche. Questa visione è stata, infatta, alimentata ad arte dall’attuale Presidente Bolsonaro che, in questo modo, si è assicurato l’iniziativa politica. Il problema è che questa impostazione viene condivisa anche da importanti studiosi della politica. Eppure la realtà è una cosa ben diversa dal desiderio e la realtà brasiliana è molto più complessa.

In ogni caso, la liberazione di Lula servirà a smentire la tesi secondo la quale con l’ex Presidente in prigione il Paese non avrebbe più trovato la pace. La verità è che Lula non pacificherà il Brasile. Quanto al Presidente Bolsonaro, egli rappresenta esattamente l’antitesi della pace e della democrazia. Il Brasile ha, quindi, un assoluto bisogno di intraprendere una nuova strada.

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